Anni di crisi, tempo di rinunce. Peccato che a farne le spese siano sempre gli stessi. Ormai questa affermazione è diventata il motto unanime di dipendenti pubblici e dipendenti statali. La nuova manovra finanziaria, quella del 2010, alla fine ha messo concretamente mano a pensione e busta paga dei dipendenti pubblici.
A farne le spese per prime sono state le dipendenti, che si sono viste innalzare l’età pensionabile a 65 anni, come i colleghi uomini. Se davvero questo provvedimento allinea l’Italia agli altri paesi europei, ci sarebbe da chiedersi se a questo adeguamento corrisponderà anche un allineamento delle politiche di welfare legate alla famiglia, che soprattutto in Nord Europa sono largamente più efficaci e più efficienti.
Il provvedimento che ha fatto infuriare le dipendenti statali, tuttavia, era solo l’inizio di un iter burrascoso di trattative che approderanno a giorni nella tanto discussa manovra finanziaria.
Due, in particolare, sono i punti più scottanti, che stanno letteralmente infuriando sui media e nei confronti in ufficio fra colleghi: taglio delle tredicesime e innalzamento degli anni di contribuzione per la pensione.
Nei primi giorni di luglio la proposta di tagliare le tredicesime ai dipendenti statali ha provocato una vera e propria insurrezione generale, con manifestazioni di piazza e mobilitazioni sindacali su più fronti. In prima linea si sono mobilitati ovviamente i diretti interessati, quali dipendenti pubblici appartenenti a polizia, magistratura, prefettura e università.
Nelle ultime ore le proteste degli statali, che sono servite a far intervenire i politici di quasi tutti gli schieramenti, sembrano aver portato a un ritiro della proposta, ma il clima resta molto caldo per i dipendenti pubblici, visto che resta attualmente valida la norma sul congelamento degli aumenti in seguito a promozioni.
Il secondo tema, che ha tocca tutti i lavoratori e non solo i dipendenti statali, riguarda gli anni di contribuzione necessari per la pensione. Una norma della proposta inserita nella manovra finanziaria, infatti, prevedeva inizialmente la possibilità di innalzare a oltre i 40 anni di contributi la soglia per la pensione di anzianità per adeguamento alla aspettative di vita.
Anche in questo caso, l’allarme sembra rientrato, ma solo per il momento. Fino al 2016, infatti, sarà possibile andare in pensione avendo maturato i 40 anni di contributi per accedere alla pensione di anzianità, ma dal 2016 inizierà a scattare l’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita.
Si vive di più, bisogna lavorare di più. Se da un lato sembra un ragionamento logico, dall’altro la furia dei lavoratori dipendenti non è priva di fondamento: se la prospettiva della pensione deve essere una prerogativa dei fortunati dipendenti più longevi, alla fine che senso ha la pensione in sé?
Tempi duri per i lavoratori dipendenti e ancor più per i lavoratori pubblici.
Roberta Sanzani
Staff PrestitoaStatali.it
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